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Cosa ci lasciano, cosa prendono

Immagine del redattore: Sandro Usai
Sandro Usai
12 set
Tempo di lettura: 5 min

Una misura diversa per Autunno in Barbagia

 

Cortes Apertas - Oliena - foto di Gabriele Doppiu/Ufficio Stampa
Cortes Apertas - Oliena - foto di Gabriele Doppiu/Ufficio Stampa

«L’elemento più importante è che cosa ci lasciano e cosa prendono, non quanti sono.»

Al convegno del 10 settembre ho provato a spostare la domanda. Non «quanti sono venuti», ma «che cosa ci hanno lasciato e che cosa hanno preso». Non era una formula retorica. È la sola domanda che permetta di capire se Autunno in Barbagia stia funzionando, perché il numero dei visitatori — l’unico dato che circola il lunedì mattina — non è in grado di rispondere.


Il conteggio come alibi

Le stime di presenza che accompagnano ogni fine settimana hanno un problema tecnico noto: nascono senza una metodologia condivisa e vengono prodotte, il più delle volte, dagli stessi soggetti che su quei numeri vengono giudicati. Ma il problema vero è un altro, e resterebbe intatto anche con un conteggio perfetto.

Contare mette sullo stesso piano chi ha parcheggiato, mangiato, fotografato ed è ripartito in quaranta minuti e chi ha passato un’ora in un laboratorio a farsi spiegare perché una cosa si fa in quel modo. Il numero misura il transito. E il transito è esattamente ciò di cui questi paesi hanno già avuto abbastanza: persone che passano. Una metrica che misura il passaggio è coerente con un’economia di passaggio, e finisce per produrla.


Il gesto originario

Il nome della formula originaria dice tutto: cortes apertas, cortili aperti. Non uno stand, non un mercato: una soglia domestica. Quel gesto conteneva una reciprocità implicita, perché chi entra in un cortile è un ospite e non un cliente, e un ospite qualcosa la porta, foss’anche solo attenzione.

A trent’anni di distanza la formula è stata istituzionalizzata, estesa, standardizzata. Il cortile è diventato spazio espositivo, l’ospite consumatore, la visita un percorso fra banchi. Non c’è nulla di scandaloso: è la fisiologia di ogni format che funziona. Ma va riconosciuto, perché quella deriva spiega perché siamo finiti a misurarci con i numeri. Quando la relazione diventa transazione, l’unico indicatore disponibile è il volume.


Che cosa lasciano, oltre alla spesa

La spesa c’è e conta. È però la parte meno durevole di ciò che resta, e non è nemmeno la più interessante.

Lasciano riconoscimento. Una persona che arriva da fuori, si ferma, chiede, si stupisce, restituisce a una comunità un giudizio di valore su sé stessa. In territori dove il declino demografico è diventato autonarrazione di irrilevanza, questo non è sentimentalismo: è la precondizione di qualsiasi azione economica. Nessuno investe in un luogo che considera finito, meno di tutti chi ci vive.

Lasciano legami deboli. Un contatto che si riattiva mesi dopo: un ordine, una segnalazione, un ritorno fuori stagione, una casa comprata, una settimana di lavoro da remoto. I legami deboli sono il canale principale attraverso cui le aree interne ricevono opportunità dall’esterno. Autunno in Barbagia ne produce in quantità enorme e non ne registriamo nessuno.

Lasciano anche dei costi. Rifiuti, pressione concentrata su una sola giornata, trasformazione dello spazio pubblico in scenografia, un picco di lavoro che ricade su poche decine di volontari sempre gli stessi. Parte di ciò che lasciano è un conto da pagare. Dirlo non è ostilità verso la manifestazione: è la condizione per poterne misurare il netto.


Che cosa prendono, e a quali condizioni

Prendono prodotti, ed è giusto così. La domanda però è che cosa gli resta un mese dopo.

Se il paese si limita a vendere, il visitatore porta via merce, e la merce è sostituibile: domani troverà cose simili altrove. Se il paese trasmette — un gesto, una tecnica, un nome, la ragione per cui una cosa si fa in quel modo e non in un altro — il visitatore porta via competenza e memoria, e quelle altrove non le trova.

La trasmissione ha un costo: richiede tempo, qualcuno capace di raccontare, e una situazione che renda possibile la domanda. È esattamente ciò che il formato a banchi comprime. Qui sta il punto che pesa sulle scelte: oltre una certa soglia, più affluenza significa meno trasmissione. Esiste un livello oltre il quale aumentare i visitatori diminuisce il valore di ogni singola visita, per loro e per noi. La metrica del conteggio quella soglia non può vederla; anzi, spinge a superarla.


Il ponte che nessuna politica ha costruito

C’è un ultimo aspetto, quello su cui ho insistito di più. Una quota molto consistente di chi arriva non viene da fuori Sardegna: viene da Cagliari, Sassari, Nuoro, Olbia. Sono sardi, e molti hanno un’origine familiare in quegli stessi paesi una o due generazioni prima. Per loro Autunno in Barbagia non è un viaggio turistico: è un ritorno, spesso inconsapevole.

Significa che la manifestazione svolge una funzione che nessuna politica pubblica è riuscita a svolgere: per tre mesi l’anno mette la Sardegna urbanizzata in contatto fisico con la Sardegna interna, decine di volte, gratis, senza bandi. È di fatto un’infrastruttura di coesione interna, e noi la trattiamo come un prodotto turistico.

Non è una sottigliezza lessicale. Misurata come turismo, compete con altre destinazioni e il suo successo dipende dalla capacità di attrarre visitatori lontani. Riconosciuta come coesione, il suo successo dipende da quanto riduce la distanza — mentale prima che chilometrica — tra la costa e l’interno. Sono due manifestazioni diverse, con due programmi diversi e due bilanci diversi.


Che cosa cambierebbe

Assumere la reciprocità come criterio non è un esercizio letterario. Cambia quattro cose concrete.

Gli indicatori. Accanto alla stima delle presenze, e non al suo posto: i ritorni (quanti tornano una seconda volta, e quanti fuori stagione), le riattivazioni (contatti che producono qualcosa nei mesi successivi), il coinvolgimento dei giovani del posto, il rapporto tra cortili realmente aperti e banchi allestiti.

Gli investimenti. Non altri parcheggi e altri stand, ma le condizioni dell’incontro: meno paesi in contemporanea, tempi più lunghi, spazi veri di racconto, formazione di chi ospita.

La scala. Smettere di dare per scontato che crescere sia sempre un bene. Per un paese di poche centinaia di abitanti una domenica da decine di migliaia di presenze non è un successo: è uno stress test, e il risultato lo pagano in quindici persone.

La distribuzione. Quanto di ciò che si spende resta nel paese, e a chi, rispetto a quanto riparte con operatori esterni che montano e smontano. È la differenza tra un’economia della presenza e un’estrazione ben organizzata.


Il lunedì di novembre

La domanda non è se Autunno in Barbagia convenga sul piano economico. Conviene, in misura modesta e distribuita male, ed è comunque un tema secondario rispetto a quello che è in gioco.

La domanda è se stia lasciando qualcosa che dura oltre la domenica. E quello non si misura la domenica di ottobre: si misura il lunedì di novembre. Quante relazioni sono rimaste aperte, quante persone sono tornate senza che ci fosse una festa, quanti ragazzi del posto hanno deciso che quello che sa fare il nonno vale la pena impararlo.

Se a trent’anni di distanza la risposta è «molti», allora il cortile è ancora aperto. Se la risposta è «pochi», abbiamo costruito un mercato — e i mercati si possono spostare.

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